LA FELICITÀ È DAVVERO UN TRAGUARDO DA RAGGIUNGERE FUORI DA NOI O UNA SCELTA QUOTIDIANA CHE DIPENDE DALLA NOSTRA RESPONSABILITÀ? SI PUÒ ESSERE FELICI SUL POSTO DI LAVORO? SI, VEDIAMO COME GRAZIE ALL’APPROCCIO CHIAMATO ANALISI TRANSAZIONALE.
Recentemente con Carnet Group ho collaborato all’evento dal titolo “In basso a destra – Responsabili di essere felici” per lanciare un messaggio: “la felicità parte da te!”
Faccio un lavoro che un tempo non esisteva, semplicemente perché una funzione simile veniva svolta dai preti. In breve, quando la gente mi chiede cosa faccio nella vita, rispondo in battuta: “confesso”! Si badi bene, mi limito ad ascoltare le persone, senza assolverle. Un po’ come le parrucchiere, che sono ad oggi le principali competitors delle psicologhe, con competenze spesso guadagnate sul campo. Forse oggi la nostra professione sembra avere un nuovo concorrente, la cosiddetta Intelligenza Artificiale, in quanto sempre più individui utilizzano una chatbot per esternare i propri dubbi interiori.
Quando chiedo a chi si siede sulla poltrona del mio studio cosa vuole ottenere dalla terapia mi sento rispondere con una certa frequenza: “voglio essere felice”. In genere le persone iniziano un percorso terapeutico per trovare un migliore equilibrio tra i vari ambiti della propria vita: relazioni, famiglia e lavoro. Quando vi è uno sbilanciamento, ad esempio un lavoro che assorbe la maggior parte delle energie a disposizione, l’ingranaggio non gira in modo fluido e di conseguenza si avverte pesantezza, senso di impotenza o sopraffazione. Ciò accade con una certa frequenza, soprattutto in Occidente, dove tra l’altro il nostro stile di vita non giova, anzi molto spesso peggiora la situazione.
Lo stress legato ad un ritmo di vita percepito come insostenibile è una condizione che accomuna imprenditori di successo, manager affermati, responsabili di qualche settore specifico, medici o persone con qualsiasi tipo di impiego, dall’insegnante statale all’artigiano locale. Nella nostra epoca contemporanea sembra che il bornout non faccia sconti a nessuno.
Diversi studi riportano che tra i fattori ambientali che aumentano il rischio di incidenza della depressione troviamo l’isolamento sociale, la frammentazione delle relazioni, ritmi di lavoro alienanti, l’utilizzo eccessivo dello smartphone, accanto ad una minore esposizione alla luce solare diurna. Non è un caso che, a livello epidemiologico, questo disturbo dell’umore aumenti in modo direttamente proporzionale al PIL. Sorge spontanea una domanda: non è che per caso ci stiamo ammalando di “benessere”?
Seneca l’aveva già capito prima di noi: nel trattato De vita beata sostiene che la felicità non dipenda dai beni materiali o dal piacere, ma da una mente razionale, libera e virtuosa.
Potrebbe centrare il fatto che accontentarsi abbia all’interno la stessa radice di “contento”? Eppure questo concetto ci suona stonato, lo associamo a qualcosa di negativo o fallimentare. Alla gratitudine preferiamo l’invidia e così l’erba del vicino ci appare più verde della nostra. Ciò innesca un circolo vizioso, alimentato dall’algoritmo dei social, che aumenta in modo esponenziale un senso di frustrazione cronico.

A questo punto qualcuno si starà chiedendo: “come si può essere felici nel proprio lavoro?” Qui si apre un’ampia riflessione sulla quale ci siamo confrontati nell’evento svolto con Carnet Group. A tal riguardo, un libro dello psicoterapeuta Roberto Marchesini, dal titolo La vita è un bicchiere, mette in discussione il mito occidentale della realizzazione personale sul posto di lavoro. L’autore paragona la vita di una persona ad un bicchiere che continua a versare la propria acqua negli ambiti di vita che assorbono energia: lavoro e famiglia principalmente. Come si ricarica il bicchiere? Con una routine sportiva, coltivando relazioni autentiche e paritetiche, alimentando una passione personale e infine con una spiritualità.
In altre parole, per essere felici non occorre migliorare la propria performance lavorativa, ma prendersi cura di sé in modo integrato. Riappropriandosi del proprio tempo e della propria libertà, l’uomo può anelare alla felicità. Nessuna pillola, piuttosto scelte coraggiose.
L’analisi transazionale, l’approccio che utilizzo, offre un costrutto un po’ vintage e attualmente piuttosto scomodo: il concetto di responsabilità. Etimologicamente il termine deriva dal latino respondere e fa riferimento alla capacità di una persona adulta di farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni. In diverse aziende spesso vige la prassi dello “scaricabarile”, il gioco preferito degli uffici, delle compagnie assicurative, di alcuni enti. Il tema della responsabilità è diventato un tabù. Riscoprire la propria responsabilità è l’antidoto al senso di colpa, ai processi di vittimizzazione e alla sensazione di passività che alimenta circuiti disfunzionali. In altre parole, se nella situazione in cui ti trovi, nel posto di lavoro che occupi percepisci stress o ti senti come un criceto che gira a vuoto, chiediti: “cosa sto facendo attivamente per cambiare questa situazione?”. La risposta probabilmente è sotto il naso, ma non ti stai ancora permettendo di vederla o di pensarla.
Qualcuno dice che per essere felici ci vuole coraggio, per questo a volte dico ai miei clienti che non hanno più problemi di altri là fuori, sono solamente più coraggiosi perché hanno scelto con fatica di chiedere aiuto e ce la stanno mettendo tutta per raggiungere il cambiamento. E tu, vuoi essere felice? Sì, è possibile! Adesso tocca a te!