Sempre più leggo e sento di iniziative, convegni e dibattiti organizzati da istituti di credito, società di consulenza e altri organismi che vertono su un tema: la continuità di impresa.
Un dato significativo tratto da Unioncamere ci dice che sono più di 317 mila gli imprenditori con un’età superiore ai 70 anni, condito ulteriormente dal fatto che il 75% delle imprese in Italia non riesce a passare il primo passaggio generazionale. La situazione si aggrava se attenzioniamo la situazione dell’incremento delle partite iva under 40: assistiamo ad un crollo del 50% medio annuo negli ultimi 3 anni rispetto al decennio passato. È quindi concreta e manifesta la difficoltà dei giovani di oggi di aprire nuove società o iniziative imprenditoriali (fonte dati: Unioncamere).
Se la pietanza che stiamo cucinando ha come ingredienti principali i dati che vi ho appena elencato… bè in tavola avremo una pietanza al quanto disgustosa. Probabilmente assisteremo alla decimazione della piccola imprenditoria italiana, ovvero la forza del nostro paese. Credo che sia normale, quindi, porre un’attenzione maggiore a questo tema, che vede tanti attori coinvolti in quello che sarà uno tsunami per il sistema produttivo e socioeconomico del nostro territorio.
Perché siamo arrivati a questa situazione? Nei convegni a cui ho assistito, specialmente promossi dagli istituti di credito, si cerca di prospettare la continuità d’impresa solo dal punto di vista patrimoniale. È semplice: la banca non vuole perdere il suo portafoglio e cerca di risolversi il problema e risolverlo al suo cliente prospettandogli la soluzione della fusione o compravendita aziendale. Ma siamo sicuri che questa sia la medicina corretta?
Credo che gli indicatori che abbiamo citato siano la conseguenza di un mancata evoluzione della cultura imprenditoriale e di una mancata rivoluzione della struttura di governance all’interno delle imprese. La cultura rimane tuttora quella di una conflittualità che si lenisce apparentemente attraverso processi di gratificazione economica i quali, non potendo essere per tutti, sembrano strumenti di equilibrio di caratteri bollenti, ma alla gran lunga si traducono nella creazione di soggetti frustrati o annichiliti. Li definirei “animali da performance” che il sistema lavorativo di oggi ha creato. Il problema è che questo non accade solo nelle multinazionali, ma anche nelle nostre PMI.
La medicina a questo stallo è la governance di comunità. Si devono creare imprese dove la gestione del rischio, le scelte strategiche, le politiche di sostenibilità e di qualità aziendali, vengano prese attraverso processi di condivisione e comunione.
Questa è la risposta al coinvolgimento della forza lavoro, alla solitudine imprenditoriale, alla condivisione con gli istituti di credito, ed è anche la risposta a forme di cooperazione generative che si possono creare nel “fare insieme” per un guadagno più grande ma con lo spirito della condivisione. È una chimera? Per il soggetto egocentrico che basa l’esistenza sulla parola IO si, lo è, ma se questo “io” lo tramutiamo in un NOI, tutto cambia.
Noi di Edyto insegniamo cosa voglia dire essere NOI in azienda, attraverso la condivisione, il confronto, e la conoscenza, portiamo la governance di comunità ad incarnarsi nella prassi aziendali per far sì che il pensiero diventi materia. Questo pensiero-materia cambia l’essere, cambia la natura di soggetto economico rendendolo sempre più profittevole, sia in termini redditivi che di qualità del rapporto spazio/tempo/vita lavorativa.
Non dobbiamo aver paura della condivisione, è una fatica che costruisce dinamiche che ci donano il centuplo rispetto al nostro sforzo. Sta a noi crederci.