Editoriale – luglio 2026

Olivetti aveva ragione, il filo rosso che collega il suo successo imprenditoriale è aver concepito la sua impresa come una comunità di persone. Ancora oggi, dopo più di 60 anni dalla sua scomparsa, molti economisti ricordano questo esempio come modello imprenditoriale da cercare di emulare e replicare. Naturalmente molti casi simili si sono susseguiti ma se in tanti si rifanno a lui è perché certamente fu il primo a produrre risultati economico-sociali così rilevanti, e perché sentiamo in molti la necessità di riattivare quella memoria. 

Credo che la parola magica che dimentichiamo, l’ingrediente “misterioso” che tutti non trovano in quel modello, e in altri modelli simili (i quali sono il sale e la Luce per indirizzare imprenditori virtuosi che vogliono andare oltre il “sistema dell’omologazione e della velocità”), sia “DONO”.  

Da imprenditore e consulente d’impresa sono sempre scettico quando vedo modelli di business e piani industriali standard e omologati per tutte le aziende. L’importante alla fine è analizzare e attenzionarci sulla PFN, l’ebitda adjusted, il DSO, il DPO il flusso di cassa generato e tutti altri indici. Non fraintendete, tutte cose molto importanti per comprendere e analizzare, ma in base a quale sistema? Al sistema del credito? E queste performance di sostenibilità in quanto tempo devono essere raggiunte per il mercato?  

Per essere interessanti verso investitori, banche e attori che oggi potrebbero investire in un’azienda tutti questi dati e indici devono rientrare in parametri temporali ben definiti (speed, o super speed). Oggi si parla di un orizzonte temporale di tre anni. E, attenzione, perché appena ci si allontana da questi requisiti, da questi standard, si può incorrere in serie difficoltà. Il sistema di oggi, per funzionare, deve creare “scarto”, lo sappiamo. Anni fa si parlava di scarto sociale, oggi potremmo iniziare a parlare anche di scarto aziendale. Appena l’azienda esce dai parametri, invece di avere un aiuto dal medico con qualche antibiotico, il sistema aggiunge peso al peso. 

Fare impresa è tutto questo, certo, e non ci vogliamo sottrarre dalle incombenze del nostro tempo, ma, come scritto sopra, abbiamo perso l’ingrediente fondamentale del fare impresa e del lavoro: il DONO. 

Avere un’idea da condividere con altri per realizzare una forma di business per migliorare la mia situazione, quella dei miei compagni di viaggio e del mercato: questa è una forma di dono. Questo è l’ABC dell’imprenditore Olivettiano, dell’imprenditore con la “I” maiuscola, quel essere ormai estinto dal pianeta terra. O forse no. 

Un lavoratore che si sente apprezzato per il suo talento e riscopre che il suo dono porta frutto a sé stesso e agli altri, se messo in circolo in un ambiente che da frutto per il suo reddito e per il reddito dei suoi compagni di viaggio, cosa crea? Crea felicità, responsabilità, confronto con gli altri, crea anche un sistema di regole e regolamenti condivisi e rispettati da tutti per raggiungere un obbiettivo di performance di sostenibilità finanziaria, perché, è ovvio, “in basso a destra” tutti guardiamo, e dobbiamo guardare, ma ci siamo arrivati da una analisi differente. Abbiamo tolto il rischio di fare impresa, abbiamo tolto il concetto di Condivisione.  

Se analizziamo tutte le esperienze di successo troveremo che il concetto di Dono è sempre presente. Condivisione degli utili, condivisione della sofferenza, condivisione delle idee, condivisione dei momenti alti, condivisione dei momenti bassi. Il bello è nutrirsi di persone che anche nel tempo del non lavoro hanno fatto esperienze di Dono. Il vero tema è che non ci sono più. O sono sempre meno. Perché? Non eravamo forse noi la nazione per eccellenza della sussidiarietà e solidarietà sociale? Dobbiamo tornare a educarci ed educare i nostri giovani che tutto non è dovuto e che il primo nutrimento dell’essere, per divenire essere, sta nel capire come la mia storia possa cambiare il corso della storia di un’altra persona profondamente se ottengo un atteggiamento di apertura alla vita. Il dono, appunto.  

Il filo rosso che conduce questo numero è proprio questo, cercare di capire come ogni giorno per lo sviluppo delle nostre aziende ci debba essere la coscienza che il tempo non è nostro, non ne siamo proprietari, ma ne siamo custodi, e quindi dobbiamo donare agli altri il nostro talento per la costruttività del domani…ma di questo approfondiremo la prossima volta.